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L'eolico, business tra royalties e certificati verdi
L'eolico, business tra royalties e certificati verdi
L’energia del vento sarà anche il futuro delle energie
rinnovabili. Ma oggi è soprattutto un grande business. La
spiegazione è semplice: “Rispetto alle altre fonti alternative –
racconta Cristian Lanfranconi, consulente della Aper; una delle
associazioni dei produttori – l’eolico ha un costo di
generazione tra i più interessanti, anche perché la tecnologia
ormai è matura. Tutto questo unito al sistema dei certificati
verdi rende l’investimento positivo sia per le aziende, sia per
le amministrazioni comunali”.
Appunto, i certificati verdi, ovvero il sistema statale che
incentiva la produzione di energia pulita, e che secondo un
recente studio di Nomisma Energia sono il meccanismo che rende
redditizio lavorare con il vento.
I produttori da fonte rinnovabile vendono infatti l’energia a un
prezzo medio mensile che si aggira sui 6 centesimi di euro a
kilowattora, ed in più incassano 12,5 centesimi per kilowattora
dai certificati verdi. Insomma, per ogni 100 euro incassati, 66
provengono dai contributi pubblici. “I certificati verdi –
spiega Lanfranconi – sono indispensabili, perché altrimenti il
costo di generazione dell’energia eolica sarebbe più alto di
quello dell’energia ottenuta da fonti tradizionali. Ma gli
incentivi vengono erogati solo per i primi 8 anni (ora saliranno
a 12, ndr) e quindi il loro effetto va spalmato sull’intero arco
di vita dell’impianto. Questa oggi è una delle incertezze
maggiori: non si capisce bene se il meccanismo sarà mantenuto
così com’è o verrà riformato”.
Anche perché il costo di un parco eolico è elevatissimo, 1,1 –
1,3 milioni di euro per ogni megawatt, il 70% dei quali è
necessario all’acquisto delle torri eoliche e il resto va via in
istallazione, realizzazione delle linee elettriche e locazione
dei suoli. Un costo che negli ultimi anni è cresciuto del
10-15%, sia per l’aumento della materia prima (l’acciaio di cui
sono fatte le torri), sia perché il mercato è ormai trainato
dalla domanda: i produttori sono una decina mentre le
installazione sono centinaia.
Ed è in questo quadro che si inserisce la questione delle
royalties, ovvero la percentuale che le aziende produttrici
corrispondono ai Comuni a titolo di “risarcimento ambientale”
per la presenza delle torri.
“Quella delle royalties – dice Simone Togni, segretario generale
dell’Anev (la maggiore associazione dei produttori di eolico) –
è una prassi ormai consolidata, un modo per migliorare
l’accoglienza dell’investimento: 100mila euro l’anno per un
piccolo centro possono essere una grande cifra”.
Cifre che però sembrano impazzite: secondo l’Anev, oggi le
royalties nette si aggirano sull’1,3-1,4% del fatturato, con una
tendenza in salita fino al 2% che porterà, nei prossimi 4 anni,
a una media dell’1,7-1,8%. “Chi stipula convezioni in cui
promette di più – dice Togni – o non sa fare bene i conti,
oppure non ha interesse reale a effettuare l’investimento”.
Detto in altri termini: si promette al Comune una percentuale
elevatissima (fino al 15-16%) non con l’obiettivo di installare
la torre ma con quello di vendere l’autorizzazione: in Puglia ci
sono casi, recenti, di autorizzazioni passate di mano per
diverse centinaia di migliaia di euro.
Fonte: gazzetta del mezzogiorno
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