|
|
|
I risultati della loro
protesta organizzata su Second Life,
dove hanno spostato i conflitti e le vertenze di lavoro
Sciopero virtuale, effetti reali
i lavoratori Ibm cantano vittoria
NON è la più forte delle specie che sopravvive, né la più
intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti": Charles
Darwin docet. E per stare al passo con i tempi anche il
sindacato moderno prova a mettere in pratica la lezione del
padre dell'evoluzionismo. Perché nell'era di Internet e
dell'innovazione tecnologica le forme classiche di protesta da
sole non bastano. Lo sciopero tradizionale, pur restando lo
strumento di lotta per eccellenza, spesso non risolve la
vertenza né conquista titoli sui giornali. Ed economicamente è
proprio ai lavoratori che procura il danno maggiore, mentre
l'azienda risparmia. Quello solidale - in cui si continua a
lavorare e i soldi vanno in beneficenza - stenta ad avere
visibilità. Come pure la protesta virtuale, in cui l'azienda
destina il guadagno della giornata a un fondo per pubblicizzare
i motivi del conflitto.
All'Ibm Italia scioperi, raccolte di firme e petizioni non
avevano, infatti, avuto successo. La trattativa per la firma del
contratto integrativo durava dal 2004. E nel 2007 l'azienda
aveva tagliato il premio di risultato: circa mille euro in meno
nella busta paga dei cinquemila lavoratori nazionali. Che a quel
punto hanno provato a giocare ad armi pari: invece di scendere
in piazza di persona hanno mandato avanti il loro alter ego
cibernetico. O meglio l'avatar, per dirla con il linguaggio di
Second life, dove il 27 settembre scorso si sono dati
appuntamento per la prima protesta sindacale virtuale, nel senso
di tecnologica: duemila persone collegate per 12 ore a un
computer da più di 30 Paesi per rivendicare diritti reali con
cartelli, slogan e striscioni in quella che è la vita parallela
di oltre 10 milioni di utenti registrati. E in cui anche il
colosso informatico ha investito milioni di euro per aprire
reparti, centri d'affari e servizi d'assistenza. Delle 30 isole
che Big Blue (come viene chiamata l'Ibm negli Stati Uniti) ha
creato nel mondo virtuale, sette sono state occupate dai
manifestanti, che hanno poi bloccato il business center per
qualche ora e interrotto una riunione online tra manager.
Nell'era del telelavoro che guarda a un futuro senza uffici, il
telesciopero, oltre a clamore e solidarietà internazionali, ha
portato esiti concreti. Farsi sentire nel metaverso, dove la
controparte ha impiegato soldi ed energie, ha favorito, infatti,
la riapertura delle trattative, che nella vita reale si erano
interrotte da mesi. I dipendenti hanno riavuto il premio di
risultato, oltre ad agevolazioni sanitarie più vantaggiose.
Sciopero virtuale sì, ma dagli effetti reali, quindi. Non ultimo
l'aver contribuito - venti giorni dopo - alle dimissioni
dell'amministratore delegato di Ibm Italia, Andrea Pontremoli.
I sindacati infiltrati nella seconda vita fanno sul serio almeno
quanto nella prima. "È stato un successo perché colpire
l'immagine e la reputazione dell'azienda nel suo punto di forza
fa più paura", spiega Davide Barillari, membro del coordinamento
nazionale dell'Rsu Ibm di Vimercate, che rappresenta buona parte
di Big Blue in Italia. "Negli ultimi anni gli iscritti erano
calati, si faticava a coinvolgere i lavoratori. Bisognava
trovare un nuovo strumento per combattere la scarsa
partecipazione sindacale: con Internet e Second life ci siamo
riusciti".
È nato così in Ibm il Sindacato 2.0 che, grazie alle evoluzioni
della Rete (3D, web 2.0 e social networking), mette in contatto
i colleghi sparsi nel mondo ricalcando un modello di azienda
globale. Di questo esperimento se ne sono accorti anche
oltralpe: il NetXplorateur Forum che, con il sostegno del Senato
francese, premia i modi più innovativi di utilizzare la Rete, il
14 febbraio scorso ha inserito lo sciopero virtuale di Ibm tra
le dieci migliori iniziative al mondo. Motivazione:
"L'originalità e la versatilità nel portare online duemila
avatar con intenzioni più che reali: migliorare la propria
situazione lavorativa e raggiungere un accordo sindacale".
Che il ricorso alla tecnologia produca il massimo danno
all'azienda e la minima perdita per i lavoratori lo sostiene
anche Giorgio Cremaschi, segretario nazionale della Fiom. Che,
però, si mostra scettico sul futuro di queste forme di lotta.
"Non si deve scambiare l'avanzamento tecnologico del mondo del
lavoro con il rinnovamento sindacale. Non credo che queste forme
possano sostituire quelle tradizionali", spiega il leader della
Rete 28 aprile nella Cgil, "ma le completano, certo, perché
accendono i riflettori in un momento in cui lo sciopero classico
fatica ad avere visibilità. Non sono, però, risolutive: giocano
sull'effetto sorpresa, ma la seconda volta non avrebbero la
stessa efficacia".
La tecnologia sta però cambiando di fatto la conflittualità
sociale. Lo dimostra il moltiplicarsi di blog aperti dai
lavoratori per aggregare malcontento e darsi appuntamento,
attirare l'attenzione delle aziende guadagnandosi allo stesso
tempo il sostegno dell'opinione pubblica. In Italia c'è, per
esempio, il diario web creato tre anni fa dai dipendenti
Feltrinelli e Ricordi in occasione della vertenza per il rinnovo
del contratto integrativo. Dal nome provocatorio, Effelunga:
"Perché il nostro ruolo non si riduca a spingere carrelli in un
supermercato di libri e dischi", si spiega in un post. "Questo
blog è il nostro mestiere come vorremmo che fosse".
In Francia molti lavoratori hanno fatto lo stesso. Alla Fnac
hanno raccolto consensi su Blogofnac per protestare contro i
licenziamenti per esubero di personale. Alla catena francese La
Redoute, per restare aggiornati sull'eventuale chiusura di
filiali, hanno creato un diario virtuale con tanto di gioco di
parole, "On redoute La Redoute" (temiamo La Redoute). E poi
ancora "Amen en grève" (Amen, azienda informatica, in sciopero)
e "Sfr (società di servizi) en colère". Blog arrabbiati in cui
si protesta senza scioperare nella vita reale, salvando
stipendio e non penalizzando i cittadini. Cambia la forma ma non
la sostanza. "Prima l'attivista girava tra i reparti, al massimo
usava il telefono", spiega Lorenzo Bordogna, docente di
Sociologia dei processi economici e del lavoro all'università
Statale di Milano. "Oggi viene meno il contatto fisico: i blog
rappresentano l'evoluzione della comunicazione nella lotta
sindacale.
Se meccanismo e fini sono quelli tradizionali, la novità è il
mezzo". Come nuova è la forma di protesta a "intermittenza"
diffusasi in Francia negli ultimi mesi: non più azioni
collettive e prolungate ma iniziative corte e individuali, che
non implicano l'astensione totale dal lavoro per un'intera
giornata. Sfuggendo così alle statistiche del ministero del
Lavoro che parlano sì di un calo dei giorni di sciopero dalla
fine degli anni Novanta, ma anche di un aumento delle aziende
colpite da conflitti lavorativi. Due mesi fa alla Toray plastics
è andata così: scioperi brevi a ogni cambio di turno per
ottenere un premio di produzione. E alla fine l'hanno avuta
vinta loro. Alla pari di chi ha trasferito il conflitto nella
vita virtuale per rivendicare diritti di cui godere, tutto
sommato, nella realtà.
(18 aprile 2008)
di ILARIA
CARRA
Fonte: www.larepubblica.it
|
|
| ::| sponsored by |
|
|
 | | |